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LA CATTEDRALE DI GUARDIALFIERA

     Per cercare di capirci qualcosa nella complessa storia della cattedrale di Guardialfiera è opportuno partire dal suo legame con la conformazione urbanistica della porzione del borgo in cui è inserita.

È da ritenere che il luogo di culto sia contemporaneo alla nascita del paese, la quale, come per la maggioranza dei centri molisani, risale all’alto medioevo. È un fenomeno riscontrabile ovunque, nella nostra regione come altrove, che l’insediamento religioso, in maniera massiccia, si sia affermato nei primi secoli del cristianesimo e che dopo fu molto minore la realizzazione di chiese, potendosi riscontrare quasi esclusivamente il rinnovamento o l’ampliamento delle preesistenti strutture ecclesiastiche; il sito, anche perché ritenuto ormai sacro, viene sempre confermato con l’eccezione, è ovvio, di quelle chiese che verranno costruite nei periodi successivi nelle zone di espansione dell’abitato, al  servizio di queste. Che l’edificio cultuale sorga in un punto centrale dell’agglomerato urbano antico è spiegabile con il fatto che esso costituisce in quell’epoca in cui, a seguito del disfacimento dell’impero romano, vennero a cadere i riferimenti civili l’unico polo di aggregazione della popolazione. In altri termini l’autorità religiosa faceva le veci di quella politica e così la chiesa era il solo riferimento per la società del tempo, l’elemento fondante della riorganizzazione della vita comunitaria. La feudalizzazione è molto successiva e la presenza feudale si rivelerà non antagonista bensì capace di convivere con quella ecclesiastica e ciò lo rileva la circostanza che tali due entità, seppure espressione di due poteri diversi, occupano abitualmente la medesima area, la parte culminale del colle che costituisce il nucleo originario di ogni comune. Chiesa parrocchiale e castello stanno spalla a spalla con quest’ultimo sempre ad una quota più elevata per la sua natura militare, essendo la cima del rilievo il posto maggiormente difendibile. Le cose non cambiano a Guardialfiera, nonostante che qui non vi siano tracce di opere castellane e che nel punto più alto dell’aggregato edilizio vi sia un fabbricato ad uso abitativo non di proprietà del feudatario, ma vescovile come si deduce dallo stemma sovrapposto all’ingresso (si badi che non si vuole affermare che qui il vescovo sia stato il titolare del feudo, tesi che sarebbe subito smentita dalla, lunga cronologia dei baroni di Guardialfiera i quali, comunque, non è detto che risiedessero in loco anche per evitare la coabitazione con l’”ingombrante” vicino, il vescovo. Tenere a mente poi che Castello, da cui Piedicastello, significa castrum. Questo lungo, lunghissimo preambolo si è reso necessario,

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insieme all’annotazione finale relativa all’etimologia di castello che non necessariamente va identificato con maniero, quanto con un apparato fisico fortificato, per dimostrare che l’attuale cattedrale si sovrappone ad una precedente architettura religiosa. Essa ha origini assai remote e la sua datazione collocabile nei “secoli bui” del medioevo nei quali non aveva ancora avuto inizio il processo di rinascita che porterà al miglioramento delle condizioni economiche della società fa pensare che quella primitiva fosse una chiesetta semplice, visti i limitati mezzi di cui si disponeva. Si parte dalla considerazione appena espressa per affermare che la chiesa che oggi abbiamo di fronte è un ingrandimento dal punto di vista planimetrico, quello che ora ci interessa, della preesistente. Lo si coglie da vari indizi, a cominciare dalle dimensioni molto più ampie di quelle delle chiese fondate in età paleocristiana a finire dalla presenza dello zoccolo, per così dire, su cui è parzialmente poggiata, artificio costruttivo che non risulterebbe comprensibile, visto il consistente costo, in chiese, per quanto detto, povere. Come sembra scontato e, pure, per la sopravvivenza lì, da un lato, dei resti di un fronte romanico, il pezzo della cattedrale con maggiore antichità è quello situato nella curva di livello superiore: il suo allargamento sarebbe potuto svilupparsi tanto verso valle quanto, e così su per giù è successo, ortogonalmente alla pendenza del versante. Il disporsi lungo la linea di massimo declivio avrebbe comportato, per mantenere in piano il pavimento, un basamento di altezza ragguardevole e non si vede quale sarebbe stato il vantaggio derivante da tale scelta. La soluzione per la quale si optò, quella di porsi, quanto più, in una stessa fascia altitudinale, richiese, ad ogni modo, la creazione di un terrazzo che è in parte il basamento della chiesa (l’altra parte è il suolo naturale). In questo terrazzamento venne ricavata, lì dove il declivio si abbassa di più, anche la cripta la quale, perciò, non deriva dallo svuotamento di terreno come si conviene agli ambienti ipogei essendo, invece, un manufatto fuori terra pienamente che ha il compito di sostenere una porzione della chiesa soprastante, coincidente con la zona in cui il livello pavimentale sale (di qualche gradino), cioè con la superficie presbiteriale; ironicamente, lo si ammette, ma è una immagine efficace, si può dire che si fece di necessità virtù. Anche da questa parte, quella in cui la chiesa risulta rialzata da terra, si volle aprire una porta (ve ne sono ben 4, delle quali una murata, ovvero 5 se si aggiunge l’accesso alla cripta, un numero davvero esorbitante rispetto all’estensione della struttura architettonica) per raggiungere la quale, dato il salto orografico tra la chiesa e la strada che le corre accanto, si dovette provvedere a costruire una scaletta la quale conduce al ballatoio d’ingresso. La volontà di ingrandire la chiesa dovette essere più forte di qualsiasi cosa tanto che non si ebbero scrupoli nel demolire i caseggiati il cui sedime doveva essere occupato dalla chiesa e con ciò si vuole evidenziare che le evoluzioni dell’edificio ecclesiastico si riflettono in quelle del tessuto urbanistico confermando quanto abbiamo visto già nel momento della edificazione della prima chiesa che coincise con la formazione del borgo. L’ultimo nato, per

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certi versi, tra le componenti di questo episodio religioso dalla configurazione articolata è il campanile il quale si intende illustrare adesso per continuare a discutere delle trasformazioni principali che ha subito la chiesa, in termini di ingombro di superfici e le relative conseguenze sull’assetto urbano, prima di passare alla lettura della pianta e degli alzati. La torre campanaria nella “notte dei tempi” doveva (secondo alcune fonti) essere situata al capo esattamente opposto a quello dove si trova attualmente, i 2 vertici di una diagonale che attraversa l’impianto religioso. Non solo i 2 punti più distanti, ma anche quelli con il maggiore scarto di altitudine, il campanile esistente sta alla isoipsa più alta, mentre l’altro alla isoipsa più bassa. Non è da poco la questione dell’orografia in un paese come Guardialfiera che nel suo nome contiene la parola guardia la quale porta a pensare che esso abbia avuto una funzione di vigilanza sulla vallata del Biferno esercitata, presumibilmente, tramite un torrione di scolta il quale tanto più sta sopra tanto più permette di osservare quanto succede sotto. Tale presidio non è identificabile obbligatoriamente con la torre campanaria essendo legittimo presupporre che l’ipotetico torrione non fosse in rapporto con la chiesa, bensì fosse un manufatto a sé stante, svettante a vedetta della valle dal colmo dell’emergenza morfologica su cui si avviluppa il centro abitato (il castello di cui si è fatto cenno). Che il campanile il quale, comunque, è una torre stesse ai piedi dell’edificio di culto è una ipotesi credibile in quanto fungerebbe pure da elemento forte di protezione del varco, elemento debole, di ingresso, porta urbica o meno, alla zona sommitale dell’abitato cui fa pensare la presenza dell’arco che collega la chiesa con le case fronteggianti scavalcando la strada. Il campanile, in definitiva, prossimo alla zona absidale e ciò accade spesso; quando, in sporadici casi, esso è, al contrario, affiancato alla facciata esteticamente ne viene ricompreso, cosa che qui non avviene poiché è stretto in un vicolo che parzialmente lo occulta. Non c’è nient’altro da aggiungere sul campanile se non che non vi sarebbe motivo se non fosse stato al centro del villaggio, la decisione primordiale di ubicazione della chiesa, che la cella  campanaria, quadrangolare come lo è la base cioè la torre, abbia campane da ogni lato ognuna delle quali diffonde il proprio suono in direzione della sezione dell’aggregato insediativo ad essa corrispondente (lo stesso vale per l’orologio).

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Rimanendo ancora all’esterno della chiesa, prima di introdurvicisi dentro, si coglie una risega nei muri laterali che suddivide in due fasce orizzontali gli stessi, di altezza rapportabile tra loro. Nella fascia bassa la murazione è posta in avanti, di poco ma è avanzata nei confronti di quella che segue in alto tanto da aver bisogno di una copertina che la protegga dalla pioggia o neve. La spiegazione è che gli altari presenti lungo la navata unica sono incavati nella parete così da permettere la collocazione su ciascuno di essi di statue in apposite nicchie e non di quadri per i quali sarebbe stata sufficiente una parete liscia. Nella fascia orizzontale sovrastante trovano sede le aperture, peraltro molto ampie (il che le fa ritenere tarde essendo tipiche del barocco) in grado di illuminare “a giorno”, ovviamente nelle ore in cui vi è la luce solare, l’interno della chiesa. Vi è una corrispondenza tra altari e finestre. Il compito di sorreggere il tetto non è affidato unicamente a tale muro che definiamo arretrato, se visto dall’esterno, in contrapposizione all’altro, quello della fascia inferiore, che abbiano definito avanzato, in quanto indebolito dai notevoli squarci, contribuendo al sostegno della copertura gli arconi che raggiungono il soffitto, anch’essi in numero equivalente agli altari (una specie di microcappelle), i quali si susseguono lungo la navata su ambedue i lati e che proseguono nell’area del presbiterio. Lo scopo per  cui sono stati fatti è quello di aumentare l’altezza della chiesa per avere, da un lato, un ambiente meno angusto, se non monumentale, e dall’altro per aprire i finestroni. Una prova che tali

arconi sono una componente strutturale aggiunta in un secondo momento sono quelle 2 colonne, o meglio paraste perché schiacciate, che ostruiscono un poco le porte dei locali che affiancano l’altare le quali mostrano, proprio per il loro non risultare inserite organicamente nel disegno architettonico di essere delle membrature successive; se è pur vero che si tratta di un arcone gettato, insieme all’arco trionfale, in senso trasversale e non longitudinale nell’impianto planimetrico come il resto degli arconi, è consentito credere che l’interezza degli arconi rappresenti una ossatura fisica abbastanza indipendente da quella muraria di tipo massivo alla quale si appoggia. L’arco è la forma geometrica dotata della massima capacità portante e pertanto prevedere un arco permette di sgravare la muratura da una percentuale dei carichi ai quali, altrimenti, sarebbe soggetta obbligandola ad ispessire la sezione (con conseguenze sul muro sottostante); l’arco in questa situazione specifica che è quella di un cielo assai staccato da terra è un’alternativa appropriata, da adottare se non si vuole dover tirare su un muro molto massiccio. L’archeggiatura viene a definire un’organizzazione strutturale conforme (nel significato attribuito da Le Corbusier a tale aggettivo, equivalente a compiuta) essendovi il collegamento tra la duplice teoria

di archi della navata mediante archi indirizzati nell’altro verso: clamorosamente è una sorta di evoluzione del gotico il quale per la riduzione della struttura ad aste, curvilinee e rettilinee, è ritenuto l’anticipatore degli schemi a telaio, ma ormai siamo nell’era del cemento armato. La navata è coperta mediante una volta a botte lunettata (una lunetta in corrispondenza, ancora, di ciascuna finestra) che pure essendo una specie di controsoffittatura svolge mansioni statiche tenendo legate le pareti su cui poggia; indubbiamente migliore sarebbe stata la soluzione della volta a crociera attraverso la quale sarebbero stati coinvolti anche gli arconi che vanno da muro a muro, ottenendo quale risultato una sorta di solaio irrigidente a doppia orditura, per rimanere alla similitudine con il calcestruzzo armato, e quindi garantito alla struttura un funzionamento “scatolare”, quello auspicato dalla normativa sismica. Abbiamo accennato alle superfici voltate il che ci offre il destro di descrivere, sommariamente, la cripta dove le volte sorrette da 4 colonne ognuna (e perciò le tensioni che si generano sono pluridirezionali) sono, al contrario, portanti; è una cripta di dimensioni minime il che impedisce ai colonnati di configurare delle autentiche navate e, di conseguenza, di svolgervi pratiche rituali. Riprendiamo, lo si è fatto finora solo per il lato che volge verso il lago, a girare intorno alla chiesa, appuntando l’attenzione sui lati restanti. C’è il fronte principale con il portone principale il quale è sormontato da un lunettone, tipologia di bucatura illuminante di chiaro stile neoclassico, lunettone, lo si fa notare, che compare pure in una parete del presbiterio ricavato chiudendolo a metà da un rosone (che non si sa che ci facesse lì) il quale essendo circolare, tagliato in due dà luogo ad una lunetta che è evidentemente semicircolare. Rimane da

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osservare il secondo lato lungo che può essere distinto in più segmenti con il superiore dei quali inglobante una facciata (alta quanto il pronunciamento della struttura di cui si è detto) di una chiesa romanica, con tanto di archetti pensili e portale, questo denunciante reminescenze gotiche, in cui sono coesistenti tanto l’architrave quanto l’arco il quale qui è ogivale, un sistema di chiusura superiore del varco ridondante, di fattura identica a quella del portale che sta sul fronte contrapposto. Tutti e tre i portali, c’è anche quello con modanature barocche, assomigliante a quelle del portale principale, che è posto abbastanza vicino al primo di cui si è parlato, non sono situati nel punto in cui ci aspetteremmo di incontrarli, ad un capo della navata, con precisione al capo opposto a quello dove si trova l’altare, bensì in posizione mediana, cosa inconsueta o meglio, trattandosi di chiesa, non canonica anche perché è di disturbo alla Messa. Il primo tratto del fronte, quello in cui è incastonato lo spezzone di facciata romanica, è su una livelletta pressappoco pianeggiante e, peraltro, così deve necessariamente essere se vi prospetta una facciata d’ingresso, sempre quella romanica, di una chiesa. Il secondo pezzo è in pendio con la strada che la costeggia che passa al di sotto di un volume arcuato; tale corpo edilizio sembrerebbe essere un elemento di collegamento fra il fabbricato che ospitava il seminario (lo si desume dalla toponomastica) e l’architettura religiosa. Non è affatto raro imbattersi in passaggi che scavalcano una via per congiungere un edificio residenziale con la chiesa, consentendo di assistere alle funzioni religiose a chi vi abita. Tali camminamenti, magari composti da una successione di vani, essendo sopraelevati sbucano all’altezza, per offrire una misura, del matroneo (che qui, si precisa, non c’è). Per l’inclinazione del percorso viario e nello stesso tempo, per il rialzamento del livello della chiesa si ha la particolare situazione, anomala almeno nel panorama regionale, del pavimento dell’edificio di culto che viene a essere alla medesima quota del primo piano del fabbricato fronteggiante: ciò determina che una spalla dell’arco sia all’altezza degli spazi abitativi (per capirci, ad un piano da terra, circa 3 metri), mentre quella che le si oppone è alla quota del pavimento del luogo di culto (la cosiddetta quota 0). Se la motivazione non è quella della penetrazione nell’ambiente sacro da diverso fabbricato l’arco, comunque, risulta utile quale contrafforte di una delle pareti della parte presbiteriale svolgendo un compito analogo a quello dei due speroni che presidiano l’ala ad essa simmetrica. Pur non pronunciato lo schema a T della croce latina esso è presente anche in questa chiesa con due minuscole ali che costituiscono la terminazione del transetto; sono le uniche sporgenze (neanche l’abside sporge al di fuori) della sala che in quanto tali non usufruiscono del contributo alla resistenza alle spinte orizzontali (il sisma) che può fornire ad esse il complesso dell’organismo architettonico chiamato in occasione di eventi tellurici a “lavorare” unitariamente cui, però, non sono integrate in pieno. Di rilevante interesse anche dal punto di vista delle tecniche edilizie è l’incastonamento all’esterno di numerosi frammenti di decorazioni scultoree e vi sono pure lastre tombali che per la sottilezza a loro congenita non possono fungere che da pezzi da rivestimento e non da materiale da costruzione. Sono inserti di pregio da esibire il che fa pensare che le pareti non siano mai state intonacate, salvo il fronte principale il quale, per questioni di decoro, tutt’al più avrebbe presentato una muratura a faccia vista e non ad opera incerta e qui la mancata intonacatura non la si può giustificare dicendo che si sarebbero occultati conci lapidei con lavorazioni artistiche perché non ve ne sono (la stonacatura era consueta negli interventi di restauro soprintendile anni fa). Infine, si ritiene di dover far rilevare che nell’estradosso dei muri non si colgono tracce di alcuna delle membrature architettoniche descritte, dello scheletro, in altri termini, della struttura, dagli arconi delle pareti della navata agli archetti di scarico dei pesi che gravano sulle bucature.

 

                                                                                            Francesco Manfredi-Selvaggi 

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