La fontana e il giardinetto pubblico di S.Massimo
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Dopo l’unità d’Italia si pose a S. Massimo, come in altri centri del Molise a cominciare da Campobasso, il problema della modernizzazione dell’insediamento urbano. L’occasione fu anche quella del terremoto avvenuto agli inizi di quel secolo che avendo provocato seri danni spingeva a mettere mano ad interventi di sistemazione dell’abitato. Il sisma del 26 luglio 1805 oltre a causare la morte di 70 persone aveva minato la stabilità delle vecchie mura del borgo medioevale le quali vennero abbattute in parte per creare ampi viali, le odierne via Roma e via Impero, dove dovevano trovare posto edifici pubblici (il palazzo della scuola previsto, ma non realizzato sul sito dell’orto della casa prima Farano e ora Galeassi) e il giardino comunale (appunto la Fontana).

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Questa sostituzione delle murazioni (più propriamente dei fossati adiacenti) con larghi ed ariosi viali alberati costituiva un ampliamento del nucleo originario. Ampliamenti che ormai erano favoriti in ogni Comune del nostro Paese dalla legge per gli espropri che è proprio di quegli anni e che venne varata dal nuovo Stato unitario per risolvere il problema del Risanamento di Napoli dove fu effettuato lo sventramento dei quartieri popolari per la creazione del Rettifilo (corso Umberto). In quel periodo a S. Massimo,

grazie anche a questo strumento legislativo, fu possibile avviare un autentico programma di grandi opere. Infatti fu effettuata una serie di operazioni urbanistiche che riguardarono non solo la zona posta fuori delle mura con i 2 viali e la Fontana, ma che portarono anche alla trasformazione del vecchio centro con la demolizione di abitazioni per la formazione della piazza Marconi, l’allargamento (per fortuna solo pianificato ma non attuato) della via Piccirilli (dovevano essere abbattute le scale esterne alle case), oltre alla costruzione di attrezzature collettive (appunto la scuola di cui si è detto). Tutte queste iniziative rientravano in un piano regolatore redatto dall’ing. Mazzarotta nel 1877 in cui, si fa rilevare, il disegno delle opere e dei tracciati viari non viene disgiunto dal sistema del verde.

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Pure a S. Massimo, alla stessa maniera di altri Comuni di ben più grandi dimensioni, il verde è una componente fondamentale della politica di risanamento urbano. Siamo nell’epoca nella quale il verde si afferma nella organizzazione urbanistica per lenire le disfunzioni provocate dalla prima rivoluzione industriale: si pensi a città quali Londra, Milano, ecc.. Pur se in un ben altro contesto l’attenzione al verde rivela anche qui da noi il passaggio ad un’era più attenta alle esigenze sociali. Il verde pubblico, formato dal giardino della Fontana e dai viali alberati, e, quindi, accessibile a tutti i cittadini costituisce un’affermazione dei valori che si andavano diffondendo allora di uguaglianza e di giustizia sociale. L’importanza data alla questione del verde nei centri cittadini man mano si diffuse anche nelle località più piccole che cominciarono ad imitare le realtà urbane maggiori, diventando quasi una moda. Il verde assume un ruolo fondamentale nel decoro urbano così caro alla classe borghese che andava emergendo pure a S. Massimo, soppiantando nella guida del centro il vecchio ceto feudale. Mentre il feudatario associava la sua immagine a quella del castello, il prestigio della nascente borghesia era affidato proprio al decoro urbano. Nuovi stili di vita si andavano affermando che richiedevano viali per il passeggio, giardini per l’incontro e la conversazione. Il verde legato com’è al decoro penetra dappertutto dal cimitero (una nuova infrastruttura cittadina che nasce nel medesimo arco temporale sulla scorta dei decreti napoleonici) poiché la morte è vista come sublimazione della natura, ai giardini delle abitazioni private (il più bello è quello appartenente agli eredi del dott. Giuseppe Selvaggi con le aiuolette, il gazebo e, specialmente, il pino marittimo).

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 Una ex-discarica diventerà giardinetto comunale (al cui interno viene posto il busto dell’on. Enzo Selvaggi) e di essa rimane solo il ricordo nel nome popolare di “monnezzaro”. Il verde, però, va visto a S. Massimo come altrove quale insieme e non come una sommatoria di punti; nelle intenzioni degli amministratori locali ottocenteschi doveva essere proprio così come testimonia la contiguità tra il giardino della Fontana, il verde alberato, il verde antistante alla scuola in progetto, il parco privato nel quale sarebbe dovuta sorgere una residenza signorile e di cui rimangono le imponenti mura di sostegno del terrazzamento in località Fonticella oltre che il muro di recinzione lungo via Roma. Il fulcro di questo sistema era costituito proprio dal giardino della Fontana. Si tratta di un giardino di dimensioni forzosamente ridotte come, del resto, deve essere ogni giardino urbano. In questo giardino piccolissimo trovano, comunque, spazio vialetti sinuosi, aiuole e la fontana. Il giardino è impreziosito da un gioco d’acqua costituito dai zampilli i quali fuoriescono da teste leonine e che cadono in una vasca. La fontana rappresenta, in un certo senso, la celebrazione dell’acqua proveniente dall’acquedotto comunale costruito contestualmente che serve altre due fontanelle dalle quali i cittadini potevano attingere. Si ricrea, così, artificio e natura nel centro urbano. Nelle aiuole vengono piantati alberi e non fiori per la loro facilità di mantenimento. Qui domina l’agrifoglio, una pianta locale, mentre via Roma è ombreggiata dagli ippocastani, una specie esotica. Il giardino della Fontana è anche un belvedere che permette di spaziare dalla vallata sottostante alla montagna. Quello della terrazza è un tema ricorrente del giardino storico e ben si addice a questo luogo che ha un’elevata panoramicità. In definitiva il giardino della fontana è l’emblema più efficace dell’atteggiamento culturale di quest’epoca di profonde innovazioni urbanistiche contraddistinte dalla cura unitaria per gli aspetti funzionali e per quelli estetici.

Francesco Manfredi-Selvaggi
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