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S. ANGELO LIMOSANO E CELESTINO V

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Da questo lato il borgo, la porzione del borgo arroccata, è tangente alla principale arteria di collegamento extraurbano alla quale, a chi la percorre, sembra voler offrire un’immagine di sé ricercata, dal gusto classicheggiante. Il fronte che il paese, il suo nucleo originario, mostra a colui che vi giunge o lo attraversa è dominato dalla successione di due file di arcate di notevole altezza, sovrapposte l’una all’altra, le quali riecheggiano un po’ quelle di un acquedotto romano o qualcos’altro, ma meno, tipo i fornici del Colosseo, troppo aulici; l’abitato in cima al colle per via di tali filari di archi nella sua fascia basamentale presenta dei lineamenti piuttosto monumentali, qualunque sia il riferimento figurativo. Ad accrescere la sensazione per il visitatore, gli abitanti devono esservicisi abituati da tempo, di trovarsi al cospetto di un’opera “magniloquente” è l’impiego della pietra a blocchi squadrati la quale contrasta con l’irregolarità dei conci lapidei utilizzati nelle costruzioni tipiche, tanto case quanto muretti. La funzione di tale duplice teoria di archeggiature è duplice: per un verso è quella di contr-afforte, contro il pericolo di franamenti del rilievo su cui sorge la parte più antica dell’agglomerato urbano, e per un altro verso il suo estradosso funge da sedime del percorso viario che costeggia per un tratto l’insediamento storico, percorso che altrimenti sarebbe dovuto essere a sbalzo. La schiera inferiore degli archi ha un andamento crescente che segue, poiché ne è il supporto, la rampa collegante la zona bassa, novecentesca, a quella alta, medioevale, del nostro centro. La livelletta in gergo tecnico ovvero la pendenza uniforme di tale salita rivela l’artificialità, se così si può dire, del tracciato che contrasta con lo sviluppo altimetrico usuale della viabilità nell’urbanistica tradizionale la quale tende ad adattarsi all’orografia dei luoghi che non è mai regolare, se non nei siti piatti. È un intervento infrastrutturale che serve per il sostegno del versante e per la creazione di una via di accesso comoda all’aggregato edilizio che sta in alto; ha una ragione ingegneristica

e una ragione architettonica, per quanto riguarda quest’ultima quella di risolvere il salto di quota, la discontinuità, tra la S. Angelo Limosano di sotto e quella di sopra, due aggregati con caratteristiche fisiche distinte, mediante una soluzione formale adeguata. La struttura plurimamente arcuata può essere vista quale podio che sorregge, su cui si erge, alla stregua di un acropoli, il cuore antico del Comune dove vi è la chiesa parrocchiale e il palazzo baronale. Sempre riman-endo ai riman-di, alle valenze evocative, ve n’è uno ulteriore che è connesso con la sua stessa imponenza la quale porta ad attribuire l’iniziativa realizzativa, un’attribuzione di senso, ad un potere esterno e non alla comunità locale. Comunque lo si voglia interpretare dal punto di vista semantico è da riconoscere il valore estetico di questa fabbrica caratterizzata dall’alternanza serrata di pieni e di vuoti, di luce ed ombra, una sequenza di chiaro e scuro che di notte si inverte perché le nicchie che di giorno sono buie nelle ore notturne vengono illuminate. Non vi è nel Molise nessun altro muro reso plastico da sporgenze e rientranze, passando da elemento bidimensionale a elemento tridimensionale. Non è un fatto nuovo in territorio molisano invece il camminamento sulla sommità di una murazione, vedi i camminamenti di ronda di Scapoli, Fornelli e Sepino,

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 è solo che qui l’apparato murario è voltato. In definitiva, è un inter-vento inter-essante e nonostante ciò ha un non so ché d’incongruo se teniamo conto che stiamo nella località dove, è la tesi più accreditata, è nato Celestino V. Egli è stato l’unico Papa eremita, portatore di una visione pauperistica della dottrina cristiana, considerazione in base alla quale, quale luogo natio si addice di più per tale Santo un villaggio caratteristico, meglio se tendente al primitivo, per la sua somiglianza ad un presepe, che, al contrario, un agglomerato insediativo pretenzioso e S. Angelo Limosano è impreziosito dal complesso murario archeggiato, quasi alla stregua, è l’ultima suggestione che si propone, di un’esedra. Pietro che è conosciuto come

da Morrone e non da S. Angelo Limosano, ha lasciato qui una vaga traccia, il nome di una fontana, mentre più consistenti sono le testimonianze della sua frequentazione nell’area circostante, dirette nella badia di Faifoli della quale è stato Abate e indirette, i Celestini  in quella di S. Anna di Trivento il cui Abate è stato presente alla sua incoronazione papale in L’Aquila. Vi è, inoltre, l’indizio del convento celestiniano di Ripalimosani e a proposito della compresenza all’intorno di S. Angelo Limosano di ben 4 unità conventuali, una è il convento di S. Francesco a Limosano, è opportuno precisare che i conventi hanno un ambito, indeterminato, di influenza e non un territorio giurisdizionale di competenza per cui nulla vieta che un Comune possa ricadere nel raggio di “azione” di più realtà conventuali nello stesso tempo. S. Angelo Limosano è situato lungo una diramazione del Celano-Foggia che da Sprondasino raggiunge Faifoli convergendo poi verso Campobasso: questa pista tratturale potrebbe diventare il segmento di un Cammino che colleghi i celebri luoghi celestiniani d’Abruzzo con la terra che ha dato i natali al Pontefice del “gran rifiuto”. Se poi per entrare a far parte del circuito celestiniano occorre un eremo, l’emblema di Celestino V, non c’è problema perché nelle strette vicinanze di S. Angelo Limosano c’è la Morgia dei Briganti, una rupe piena di cavità che nel passato si presume (c’è una chiesetta rupestre) siano state celle di eremitaggio oltre che rifugio di pastori e malviventi. 

                                                                                                Francesco Manfredi-Selvaggi
 

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