Vivaio di Colle Astore e casa in legno
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 Il legno, materia prima abbondante qui da noi come nel resto dell’Appennino, potrebbe essere sfruttato quale materiale da costruzione nelle tipologie abitative unifamiliari (per impiegarlo nella realizzazione degli edifici pluripiano occorrerebbe una modifica alle norme sismiche in vigore) e negli annessi. Ciò permetterebbe di ridurre la produzione di cemento la quale, come ben si sa, necessita dell’impiego di consistenti quantitativi di derivati dal petrolio che alimentano il forno del cementificio per i quali, anche questo ben lo si sa, dipendiamo dall’estero; in tempi quale quello che stiamo vivendo c’è il rischio che ciò si trasformi in dipendenza pure sugli scenari geopolitici; la dipendenza mette in pericolo la nostra indipendenza. Un discorso completo sul legno, cosa che qui, lo si assicura, non intendiamo fare, richiede che si parta dai vivai, cosa questa che intendiamo fare.

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 Il vivaio, invero un ex-vivaio, di cui si sta per parlare è quello originario (ne è stato realizzato a breve distanza uno nuovo dismettendo il preesistente) di colle Astore a Carpinone. Esso ci permette, evidentemente in piccolo, di poter seguire l’intero ciclo del legno, dallo sviluppo di piante da legno all’utilizzo di quest’ultimo in manufatti costruttivi, peraltro di notevole interesse architettonico e anche paesaggistico poiché composti come sono, in parte, di legname il quale, comunque, li caratterizza, coerenti con il contesto ambientale che è un bosco (l’attività vivaistica sta in una radura boschiva). Nell’unico corpo di fabbrica vero e proprio, gli ulteriori volumi, di cubatura inferiore, hanno le sembianze di strutture di carattere temporaneo o amovibili, che contiene vani per ufficio, divulgazione, guardiania il legno è accostato alla pietra dello zoccolo basamentale e alla muratura delle pareti. In legno è la copertura la quale si impone alla vista per la sua forte sporgenza sul lato frontale, in grado così di coprire la balconata sottostante. È da sottolineare che è un tetto molto pendente e questa scelta formale si giustifica, per un verso, in quanto aumentandosi l’altezza del piano subito sotto si migliora la sua vivibilità e, per un diverso verso, per esigenze estetiche richiamando la sagoma il profilo delle abitazioni o malghe che siano delle Alpi dove la maggiore nevosità impone che le falde del tetto abbiano una maggiore inclinazione al fine di favorire lo scivolamento della coltre nevosa ivi depositatavisi, sulle faccende stilistiche, però, ritorneremo dopo. Il legno è il componente esclusivo, con la vetrata, di sicuro, della veranda, “parola” di un linguaggio differente da quello dell’architettura alpina in cui, dato il freddo di quelle latitudini, le bucature nelle murature sono contenute;

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piuttosto il richiamo è alle dimore di villeggiatura nelle quali la veranda comincia a comparire fin dal XVII secolo. La veranda è una sorta di ornamento che, peraltro, contrasterebbe con la semplicità che informa la classica casa contadina. Come ci si è accorti siamo tornati a quel tema degli stili che tenevamo accantonato e che adesso siamo pronti, introdotta la “figura” della veranda, a trattare. In campagna, ora siamo in una superficie boscata ma fa lo stesso, sono spuntati, qui e là, negli ultimi 100 anni fabbricati con fattezze “esotiche”, quasi seguendo delle mode quali il neo-medioevale ovvero il gotico, l’old England, le pagode dei gazebo derivanti dal gusto per le “cineserie”, i colonnati palladiani agli ingressi degli edifici e persino c’è la replica di stilemi vernacolari dell’edificato rurale toscano, in contrasto con i connotati tradizionali delle costruzioni locali. Vi è, in definitiva, una molteplicità di codici linguistici, addirittura una babele, è tra essi vi è la specifica lingua delle opere in legno per le quali il riferimento figurativo è il cottage che, a sua volta, si ispira alle farm del far west. Nei cottages gli americani metropolitani si rifugiano nei week end e a questo carattere di luogo di evasione si aggiunge quello di luogo in cui stare a contatto con la natura, sensazione che si incrementa se il legno viene adoperato allo stato grezzo con i tronchi appena scorticati e le tavole appena piallate.

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 La carica semantica del legno, quella legata al rifuggire le comodità della vita borghese, si è ormai stemperata e il legno compare nei nostri alloggi unicamente sotto forma di parquet, pavimentazione particolarmente apprezzata per il senso di calore che emana. Una digressione quella condotta sul gusto per il pittoresco lunga, ma utile per inquadrare la specificità dello stabile di Colle Astore. Gli inserti in legno che qui e, del resto, anche altrove a vista alleggeriscono l’immagine di tale immobile la cui massività è attenuata attraverso lo “svuotamento” di un angolo, stilema caro all’architettura contemporanea, cui è applicata la veranda in legno e attraverso l’aggiunta di un corpo scala contenuto in una gabbia in vetro e legno che pur essendo esterno racchiude una scala interna, pur’essa in legno; l’uso del vetro sul quale si rispecchiano gli alberi circostanti smaterializza in qualche modo e in qualche punto il blocco edilizio che senza gli inserimenti della veranda e della “teca” contenente la scala sarebbe un parallelepipedo “squadrato”. Il legname di cui ci si è serviti in questa fabbrica è liscio, ben rifinito, non “al naturale” qual è quello dei cottages, e ciò conferisce ad essa una qualche urbanità, più propriamente una sub-urbanità ritrovandosi tale tendenza alla “civilizzazione” del legno nelle villette sub-urbane, il sogno peraltro della piccola borghesia.

Francesco Manfredi-Selvaggi