Caratteri di via S.Rocco a S.Massimo
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Via S. Rocco la si può definire una strada «matrice» e non un percorso «d’impianto» in quanto essa non è stata concepita per consentire l’edificazione al suo contorno, bensì è un percorso con la funzione di congiungere l’abitato con la chiesa di S. Rocco la quale sta fuori le mura perché funge, succede in tanti paesi molisani, da cimitero dei morti per la peste del 1630, quella manzoniana. In altri termini via S. Rocco preesiste alle case che le si addossano ai margini e non, al contrario, per permettere l’espansione urbana. Via S. Rocco nasce dalla piazza della chiesa parrocchiale e si conclude quando incrocia la strada provinciale su cui prospetta la chiesetta di S. Rocco e durante il suo svolgimento incontra altri tre percorsi. Ci soffermiamo sul primo di questi che si trova proprio all’inizio di via S. Rocco; esso è piuttosto un vicolo che una strada e non compare nella toponomastica comunale. Seppure non ha neanche la dignità di avere un nome è, comunque, significativo se letto insieme a quello ad esso parallelo che sta poco dopo ed adesso ne vediamo il perché. Si tratta di due viuzze, la seconda delle quali peraltro è a fondo cieco ed è di proprietà privata, che contornano l’imponente palazzo Piccirilli, voluto dal canonico Gioia, un personaggio di grande cultura, parente stretto (zio o fratello?) del famoso pittore Raffaele Gioia. L’aulicità di questo edificio è sottolineata dalla presenza dei due percorsi che lo fiancheggiano i quali lo isolano (in verità uno dei due è mascherato da un per così dire finto muro) dal resto dei fabbricati, un cosiddetto isolamento dorato. Per quanto riguarda la distinzione tra percorsi matrice e d’impianto di cui si è detto sopra possiamo considerare i 2 vicoli appartenere a questi ultimi perché nati per delimitare il palazzo, cioè contemporaneamente ad esso. Essi non lo precedono, ma in qualche modo costituiscono un insieme, palazzo-maglia viaria. A proposito del palazzo Piccirilli, e ciò vale pure per il contiguo palazzo Tortorelli, si vuole sottolineare pure che le torri ad essi addossate vanno intese come un motivo ornamentale e non quali elementi del sistema difensivo urbano, semmai, ma evidentemente non è così, del singolo edificio, alla stregua delle torri di un castello; che non siamo di fronte alla cinta fortificata dell’insediamento medioevale è dimostrato dal loro essere collocate sul terrapieno che costituisce il giardino, posto davvero insolito per delle torri. Per il palazzo Piccirilli è giusto usare il termine di tipo edilizio a blocco che, invece, non è appropriato per il palazzo Manfredi-Selvaggi collocato pochi passi dopo poiché esso è congiunto con la casa Silvestri. Non è corretto, però, adoperare la dizione di tipo edilizio a schiera il quale non è davvero appropriato. È un comparto quello che include le abitazioni Manfredi-Selvaggi e Silvestri sbilanciato nel senso che vi è una sproporzione nelle costruzioni, la seconda delle quali è molto più piccola dell’altra. A smentire la lettura di edificazione a schiera, la quale ha dalla sua il fatto che si congiungono per le quinte, vi è che l’altezza dei corpi edilizi non è scalettata seguendo l’andamento del pendio, bensì nel verso contrario. Osservando quanto succede dal lato opposto della strada, nel tratto che fronteggia

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la congiunzione tra le proprietà Manfredi-Selvaggi e Silvestri notiamo che qui il palazzo ora Farrace, un tempo Maselli, spezza la sua copertura in 2 parti, riducendosi di un piano nel pezzo più basso, quasi volesse rispettare lo sviluppo in pendenza della strada: a spiegare ciò è forse l’appartenenza della porzione con altezza minore alla famiglia Selvaggi che possedeva l’edificio confinante il quale raggiunge la medesima quota, famiglia imparentata con i Maselli dai quali potrebbe averla ricevuta in eredità (a confermare l’unitarietà del costruito è la presenza del cortile interno sul quale prospettano sia la proprietà Selvaggi che quella Maselli). Ritornando a porre l’attenzione sul palazzo Manfredi-Selvaggi si nota un particolare interessante:  il portone principale, sottolineato dal balcone sovrapposto, è quello situato nella zona alta della via S. Rocco e non solo perché conduce agli ambienti abitativi mentre l’altro portone è posto al livello dei fondaci, ma anche perché è il più vicino alla piazza. Più via S. Rocco scende più perde i caratteri urbani tanto che nell’ultimo spezzone da un lato, quello della proprietà Manfredi-Selvaggi, è delimitata dal muro del giardino di questo palazzo, cosa abbastanza inconsueta per una strada quella di avere fronteggianti fra di loro una abitazione e l’alto paramento in pietra che sostiene il terrapieno del giardino. All’inizio si è fatto cenno all’incrocio di via S. Rocco con altri percorsi: il principale, vedesi quanto spiegato prima, è via Impero. Analizziamo prima di tutto il punto dove si incontrano queste due strade il quale, nonostante le dimensioni limitate, costituisce pur sempre un crocevia; via S. Rocco qui spiana ed il piano è una caratteristica propria delle piazze le quali devono essere pianeggianti poiché luoghi di incontro. Per dare ariosità a tale punto si ebbe la smussatura dell’angolo del palazzo Manfredi-Selvaggi.

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Vi sono due sedute in pietra a rimarcare che è un momento di sosta ed esse, è scontato, devono essere piane. Su questa sorta di piazzetta, in infinitesimo, si apre l’accesso del palazzo Selvaggi la  cui ubicazione lì è in dipendenza di certo della presenza dello slargo cercando, in qualche modo, di accreditare l’idea che essa sia la corte d’ingresso dell’edificio. Che questo portone, che è di una notevole ampiezza, inoltre, abbia la volontà di misurarsi con l’impianto urbanistico lo si desume pure dal suo essere in asse con la via della quale costituisce il fondale prospettico. La continuità della edificazione lungo via S. Rocco non si interrompe mai, né nel tratto in cui il palazzo Piccirilli si distacca dalla casa Silvestri perché tale cesura è occultata da una porta che si apre sulla strada né nell’incrociarsi della nostra via con via Impero. Un arco con sovrapposto un locale abitativo sostenuto da volta a botte collega le due porzioni del palazzo Selvaggi fungendo tanto da corpo di controspinta tra fabbricato e fabbricato quanto da vano di passaggio al piano superiore tra la parte originaria del palazzo e il suo ampliamento. La continuità cui si è fatto cenno di via S. Rocco si spiega altresì con la tendenza del tessuto viario di essere a maglie larghe, derivando dalle antiche strade di collegamento extraurbano che si dipartivano dal nucleo storico le quali sono evidentemente poche. Infine, si vuole rimarcare che le costruzioni che prospettano su via S. Rocco non sono mai (salvo palazzo Piccirilli) ricomprese in « isolati »; pure lo stesso palazzo Farrace che è racchiuso tra due percorsi urbani non fa parte di un isolato, confinando con l’altra strada mediante un giardinetto. La schiera edilizia che inizia dal palazzo Selvaggi e va a scendere sul medesimo lato alle sue spalle ha sempre orti, mentre sul lato opposto i fabbricati hanno giardini pensili che confinano con la strada provinciale e queste aree di pertinenza hanno la lunghezza variabile in dipendenza del tracciato della provinciale, alla stregua di aree di risulta. La via S. Rocco deve avere avuto molteplici trasformazioni nella sua configurazione, la più significativa è naturalmente quella avvenuta dopo il terremoto del 1805 quando si pensa che alcuni edifici vennero rinnovati (il palazzo Piccirilli il cui crollo determinò la morte di Raffaele Gioia e della figlia, una porzione del palazzo Selvaggi venne distrutta dal sisma causando il decesso di un  certo Egidio, il palazzo Manfredi-Selvaggi venne ristrutturato e ampliato). Scontato che non c’è stata la contemporaneità dell’edificazione lungo la strada in quanto il primo piano urbanistico, è un piano di “allineamento”, è del 1877 è probabile che vi sia stato un processo di intasamento dei vuoti lasciati tra i fabbricati. Brevi ulteriori considerazioni riguardano: per i giardini, pur aree di risulta come rilevato prima, si rileva comunque un’intenzionalità in quanto sono sospesi su un terrapieno per ottenere il suolo in piano; gli edifici di via S. Rocco sono tutti unifamiliari, ma le tipologie edilizie, non facilmente riconoscibili, sono estremamente differenti; le altezze delle unità edilizie sono anch’esse diverse fra loro; l’edificazione di via S. Rocco è formata da strutture di notevole consistenza, superiore a quella delle costruzioni presenti nel resto dell’abitato storico; per il palazzo Piccirilli si può

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parlare di un isolato coincidente con una unità edilizia; non vi è una linea definita al contorno di via S. Rocco che non  ha una larghezza costante con l’avanzamento del palazzo Manfredi-Selvaggi e di una parte del palazzo Selvaggi; i gradini d’ingresso ad alcune abitazioni occupano il suolo stradale. Si conclude qui l’esposizione delle particolarità riscontrabili nell’osservazione di via S. Rocco che conferiscono ad essa una certa unicità, non permettendo di riconoscere alcun modello ricorrente e ciò, del resto, è quanto succede in qualsiasi angolo di qualsiasi centro storico. La cosa che colpisce maggiormente, all’interno di essa, rimane il rapporto, rovesciato, tra la casa Silvestri e il palazzo Manfredi-Selvaggi il quale contraddice la regola che l’edificio a monte sovrasta quello a valle, fatto paradossale che mette in evidenza l’inutilità di ogni sforzo per la ricerca di una logica nell’aggregazione dei volumi edilizi lungo via S. Rocco.

Francesco Manfredi-Selvaggi
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