MUSEO DIFFUSO DI CASALCIPRANO

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Questo Comune è stato l’antesignano della costituzione di raccolte etnografiche insieme al Comune di S. Pietro Avellana in provincia di Isernia e al Comune di Bonefro a ridosso del Basso Molise. All’inizio si trattava di allestimento di mostre temporanee nel periodo estivo; ogni anno, per numerosi anni, veniva trattato un tema diverso, dal costume femminile alla superstizione al lavoro contadino, e diverse sono state pure le sedi espositive, in paese e una volta, rispettivamente, in una borgata agricola ormai disabitata e in un “casino” signorile. È stato sempre il Comune ad organizzare queste manifestazioni, seppure con l’ausilio sostanziale di volontari, e ciò si è potuto verificare, cioè il fatto che l’amministrazione comunale si impegnasse direttamente in un settore un po’ a lato rispetto ai compiti istituzionali principali, perché uno studioso appassionato di antropologia per molto tempo ha fatto il Sindaco, Francesco Miranda. C’è da evidenziare, a proposito di quanto detto, due cose: la prima delle quali è che sono state le mostre a portare alla nascita del museo, che, dunque, è frutto di un lavoro annoso e non un’iniziativa frettolosa, la seconda è che più che l’orgoglio civico è stato l’interesse dei cittadini per la storia della propria comunità, lo dimostra l’impegno di tanti, a portare alla creazione i questa realtà museale. Forse è stato possibile il coinvolgimento della popolazione in quanto il museo si presenta come un luogo della memoria, documentando un passato, quello della civiltà rurale, molto vicino a noi. Le mostre, e pure quanto spiega, sia pure in parte, l’avvio del processo che ha portato alla formazione del museo, si sono potute tenere poiché a Casalciprano nel medesimo periodo l’amministrazione comunale aveva portato a termine l’acquisizione e il restauro di un palazzo ottocentesco, il palazzo Montalbò, il quale diventa il «contenitore» che ospiterà diverse edizioni delle esposizioni folcloriche. Se esso risulta idoneo per una mostra, anche perché vi è all’interno spazio pure per un convegno, lo è meno per un’azione mirante alla musealizzazione di reperti della tradizione popolare.

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Infatti esso è un esemplare di architettura aulica, fatto in qualche modo in contrasto con gli oggetti semplici messi in mostra. Si corre, in definitiva, in casi simili il rischio di decontestualizzare dei materiali esposti rispetto al contesto originario, anche se vi è il vantaggio, come dimostrato proprio dal palazzo Montalbò, di avere a disposizione locali per conferenze date le dimensioni consistenti dei vani  del’edificio. Dalle mostre si è passati, senza alcuna soluzione di continuità, al museo. Quest’ultimo occupa più case del centro storico, sempre fabbricati piccoli, ed è, per tale ragione, uno stimolo a visitare il nucleo antico del paese, un po’ come succede, per intenderci, in altri comuni con il Presepe Vivente ambientato solitamente nella parte più vetusta dell’insediamento, scenografia ideale per tali manifestazioni. L’organizzazione del museo, inoltre, ha comportato il recupero di diversi manufatti altrimenti destinati all’abbamdono essendo in punti dell’aggregato urbano non raggiungibili con l’auto; in particolare si è avuto il riutilizzo dei vani terranei destinati a servizi, altrimenti oggi difficilmente impiegabili per scopi diversi. Il museo, va detto, non è formato elusivamente da una sommatoria di dimore tradizionali, alla stregua di sezioni dell’organismo museale, ma è costituito dall’insieme del borgo.

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La visita a questo museo comporta una serie di percorrenze, i vicoli che sostituiscono i corridoi, e di soste, le varie unità abitative occupate dalle raccolte, le sale di un classico museo. Qui si è accettata l’assenza di continuità espositiva, ritenuta necessaria nella museografia per evitare che il visitatore si distragga, anzi viene esaltata questa frammentazione del percorso di visita; le persone, così, vengono in contatto con il contesto in cui si inseriscono le case nelle quali, a loro volta, si inseriscono gli oggetti della tradizione. Va, poi, considerato che la vita di un tempo si svolgeva in parte all’esterno dell’uscio di casa per cui molti di quegli oggetti li si poteva incontrare in alcune ore del giorno al di fuori dell’abitazione. Le musealità che si perseguono normalmente nelle raccolte etnografiche sono due, quella della raccolta stessa e quella dell’immobile in cui è collocata, anch’esso di valenza folclorica, qui diventano 3 aggiungendosi quella del contorno urbano alle costruzioni adibite a museo. Se si osserva la dispersione, sia pure contenuta, delle sedi museali dal punto di vista del visitatore vi è il duplice vantaggio che egli può operare una scelta individuale sulla durata della visita e che non è obbligato a seguire un itinerario rigido, quale è la successione delle sale in un museo ordinario, mentre se si prende in considerazione la visuale del cittadino di Casalciprano si vede il legame forte che si instaura, inevitabilmente, tra la sua vita quotidiana  e il museo. Egli avverte un maggiore attaccamento al luogo di residenza se non orgoglio nell’abitare spalla a spalla con un museo superando quel sentimento di inferiorità connesso al vivere in un centro cosiddetto minore. Casalciprano è un paese in cui la fisionomia di origine è ben conservata, nonostante lo svuotamento di molte case a causa dell’emigrazione, ragion per cui non si prova alcun senso di contrasto tra la raccolta museale e ciò che sta intorno e, anzi, è consentito parlare di una fusione felice.

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Il centro storico si sta trasformando in un museo di sé stesso, non solo perché il costruito funge da sede museale, ma anche attraverso uno sforzo di musealizzazione riguardante gli spazi aperti (strade, slarghi, ecc,). In differenti luoghi sono stati installati “statue” di materiale plastico durevole in scala 1:1 raffiguranti persone intente a svolgere qualche attività, anche ludica come i giochi tradizionali (ovviamente per questi le statue rappresentano bambini). È per un verso, una sorta di teatralizzazione alla stessa maniera delle rappresentazioni in costume, questa volta non viventi, bensì cristallizzate, per un altro verso, le statue, specialmente quando riproducono figure ferme riverse nella loro postazione lavorativa, sono una specie di sostituzione dei manichini nei quali ci si imbatte nei musei che, però, non possono stare all’aperto in quanto deperibili. Queste statue, isolate o in gruppo, servono pure per annunciare a chi viene a trovarsi a Casalciprano l’esistenza del museo, una specie di segnali esterni e per alcuni hanno il significato di restituire all’ambiente  urbano delle presenze di fattura umana che, purtroppo, si sono rarefatte. 

Francesco Manfredi-Selvaggi