CASINI E MEZZADRIA A S.MASSIMO

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Un caratteristico paesaggio, assai differente dagli altri, è quello della mezzadria, o, meglio, dell’appoderamento. La mezzadria è una forma di organizzazione aziendale alla quale partecipano chi fornisce il terreno e chi fornisce il lavoro, il proprietario e il conduttore che si ripartiscono i prodotti della terra, metà, cioè mezzo, da cui mezzadria, a te e mezzo a me. Il podere è, invece, assimilabile al concetto di “dimensione conforme”, il modulo base di un’azienda agricola che preciseremo fra pochissimo. Occorre evidenziare che l’una, la mezzadria, non può esistere senza che si affermi l’altra, la suddivisione poderale (nota bene, non è vero il viceversa). Il podere deve avere proprio quelle dimensioni lì, non può essere né più grande né più piccolo; il perché è presto detto: la sua estensione è rapportata alla capacità lavorativa di un nucleo familiare, tanto che si tratti di quello del possessore del fondo che lo coltiva in proprio, quanto di quello del mezzadro.

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Per capirci meglio prendiamo il caso, è l’eccezione che conferma la regola la quale vuole la riunificazione di proprietà fondiarie fino a raggiungere la misura standard di un podere, di Giovanni Selvaggi vissuto nel XIX secolo il quale, al contrario, divise i suoi possedimenti agricoli, a S. Massimo in 3 parti assegnando ciascuna di esse ad una distinta famiglia mezzadrile. Una curiosità: il toponimo di una delle stesse è Masomartino, nome composto contenente il termine “maso” che in Trentino significa podere, ma forse qui è semplicemente l’abbreviazione di Tommaso. Infine, rimanendo nel medesimo caso, e rimanendo nella questione terminologica, è da segnalare che i documenti dell’archivio di famiglia li identificano quali “tenute”, una definizione rivelatrice delle ambizioni aristocratiche di questa, per così dire, casata. Podere, in effetti, era un vocabolo non in uso in Molise, bisognerà attendere la Riforma Agraria, siamo negli anni ’50 del ‘900, perché compaia anche qui nelle zone di bonifica bassomolisane dove gli appezzamenti assegnati agli agricoltori sono denominati nella toponomastica ufficiale sistematicamente Podere, in media di 6 ettari comprensivi della casetta colonica; si distinguono fra loro per l’aggiunta di una sorta di patronimico, il “patrono” è un santo e dunque Podere S. Domenico, Podere S. Colomba, ecc.

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Ci stiamo, lo si ammette, girando un po’ attorno, non fornendo ancora una spiegazione compiuta sul significato di podere. Rimediano ora dicendo che è quello di un “lotto” agrario in cui sono compresenti coltivazioni differenziate (cereali, vite, orto), la celebrata coltura promiscua, pascolo e bosco per soddisfare il fabbisogno energetico dell’alloggio. È bene, era bene, che le parcelle di terra fossero contigue per evitare agli uomini di consumare tempo per raggiungerle e agli animali, i buoi che sono la forza motrice degli aratri, spostamenti faticosi con il vomere al seguito, all’epoca non c’era il contoterzismo. Che in podere ci debba essere ogni varietà di coltura è un obbligo, la sua delimitazione è pensata per garantire l’autosufficienza alimentare di coloro che vi vivono sopra. Appoderamento non fa soltanto rima con accorpamento perché ne è in qualche modo un sinonimo. L’eversione dal feudalesimo, oltre 200 anni fa, portò alla spartizione dei beni exfeudali tra i membri dell’ “Università dei cittadini” e perciò alla frantumazione del suolo rurale in particelle minime. Lo sforzo di ceti emergenti all’indomani della scomparsa della feudalità dovette essere davvero notevole al fine di riaccorpare tale miriade di fazzoletti di terra e riuscire a configurare dei poderi. Un’eredità dell’ancien régime fu pure quella dell’istituto dell’enfiteusi per cui vi sono superfici agricole, tutt’oggi, assoggettate a questo vincolo giuridico dal quale deriva la loro indisponibilità alla vendita e, di conseguenza, l’impossibilità ad entrare a far parte di entità poderali.

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Al regime feudale va imputata l’assenza di un qualsiasi progetto di valorizzazione delle campagne, accontentandosi i feudatari di percepire la rendita dai “livellari” senza effettuare interventi di sorta per migliorarne la redditività; tale cosa la ritroveremo nel latifondismo, vedi le Terre del Sacramento, dove l’aumento dei guadagni è perseguito attraverso l’aumento del patrimonio terriero piuttosto che con l’aumento delle rese dei campi. I latifondisti come i titolari dei feudi rifuggono dall’impegnare risorse finanziarie nell’agricoltura, mentre la classe borghese che si andrà affermando nel corso del XIX secolo impegna i denari guadagnati nell’esercizio delle professioni liberali in migliorie agronomiche, ma soprattutto è portatrice di una visione, per l'appunto quella dell’impresa mezzadrile. Il segno più forte delle trasformazioni che apportano all’agro è quello dei “casini” (sarebbe più appropriato per la loro grandezza chiamarli casoni), una specie di villa-fattoria che è una specie di quartier generale dell’azienda. Si tratta di edifici complessi formati da una pluralità di corpi di fabbrica aggregati intorno ad una corte, l’elemento distintivo della composizione architettonica. Essi sono volumetricamente consistenti fatti come sono di una molteplicità di corpi e ciò fa sì che essi costituiscano delle “emergenze” nei quadri panoramici. La mezzadria, la cui fine è stata decretata da una legge del 1982, ha avuto vita breve, poco più di un secolo, e però nel suo limitato periodo di esistenza è stata capace di imprimere un’orma memorabile, non solamente i casini, nel mondo agricolo, di introdurre innovazioni formidabili, in primis l’idea di podere.

Francesco Manfredi-Selvaggi

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