CASA SIGNORILE A  S. MASSIMO

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Avremo presente all’orizzonte nella presente esposizione, a volte nominandola espressamente a volte non citandola, sempre una “casa palazziata”, traducibile in “casa sotto forma di palazzo”, che sta in via S. Rocco in S. Massimo. Adottiamo, prendiamo in adozione, questo edificio quale esemplare rappresentativo delle dimore signorili ottocentesche le quali si rinvengono in ogni paese del Molise poiché in tutte le realtà comunali si andò affermando in quel secolo il ceto dei “galantuomini”, le persone di estrazione borghese che le abitano. Si denuncia che si è scelto di prendere tale fabbricato quale esempio perché se ne ha una conoscenza diretta. Non la si finisce qui con il preambolo perché c’è da aggiungere un’altra premessa che è quella che la descrizione è finalizzata a mettere in luce le differenze che intercorrono tra la concezione dell’abitare del passato, seppure limitato alla classe dei “don”, e quella odierna. 

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Possiamo procedere. Nelle abitazioni antiche, sia popolari sia di un certo rango, il loro spazio interiore è del tutto amorfo, le funzioni dei loro vani erano indifferenziate nel senso che la destinazione d’uso assolta non era esclusiva; oggi, per capirci i metri quadri e la lunghezza dei lati di una stanza da letto derivano da uno studio preciso, l’existenzminimum, sulla disposizione dei mobili mentre in precedenza era il mobilio a doversi adeguare alla stanza. Non è che nei palazzotti del passato non vi fosse una distinzione funzionale dei locali, ma essa era determinata solo dall’utilizzo che ne facevano coloro che vi vivevano; vedi le camere da letto, con l’eccezione della matrimoniale che rimaneva tale anche se i genitori erano ormai deceduti, quelle dei figlioli denominate con il nome di chi della prole la occupava, erano adattabili in breve, se la discendenza era esigua, in salottini oppure studioli. Un fatto linguistico, dunque, non ergonomico. Paradossalmente, nonostante l’elasticità nell’attribuzione di funzioni ai vani che le compongono le case gentilizie rivelano una rigidità nella scomposizione della volumetria in più unità immobiliari, magari per suddividere lo stabile tra i successori; è questa, peraltro, una delle cause principali del loro abbandono, troppo grosse, dispersive, onerose da gestire per un unico nucleo famigliare. Sono assolutamente non conformi agli standards residenziali di oggigiorno. Il caso che abbiamo assunto quale riferimento è un caso a sé, per la casa palazziata sanmassimese il problema non si è posto perché uno degli eredi generosamente si è fatto carico di ricomprare le quote testamentarie del resto dei coeredi e di provvedere da solo alla manutenzione dell’edificio. Le residenze datate, non c’entra se grandi o piccole, si fa fatica ad abitare se non da parte di chi vi ha sempre vissuto, datato anch’egli, una generazione che va scomparendo. 

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Non riesce a fare presa per convincere i proprietari a mantenere viva la casa di famiglia neanche il fatto che sia, appunto, la casa di famiglia in cui sono custodite le memorie avite, neanche se si tratta di manufatti architettonici di prestigio. Il destino di tante di esse, che le ha salvate dal deperimento, è stato l’acquisizione da parte dei Comuni che le hanno trasformate in museo, municipio, centro culturale, casa di riposo. Se c’è una cosa in comune tra i palazzi storici e gli alloggi attuali, si parva licet componere magnis essendo, è noto, le prime grandi e le seconde piccole, è la ripartizione interna fra zona notte e zona giorno. Nella fabbrica di v. S. Rocco del centro matesino le camere da letto stanno al piano superiore e la cucina affiancata alla camera da pranzo e soggiorno a quello inferiore. La domus parva non ha i locali di rappresentanza, all’apposto della domus magna; essi sono collocati al secondo livello il quale è denominato piano nobile.

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Ci sono 2 cose da sottolineare a tal proposito, l’una è che si trovano al I piano che è il più distante dalla strada poiché destinati come sono a ricevimenti riservati, esclusivi devono aver luogo in un luogo appartato, l’altra è che l’ambito dedicato al riposo notturno ubicato al medesimo livello è, in particolare la camera degli sposi, oggetto di visite, legate all’esposizione della dote, alla nascita della prole, durante la convalescenza di un coniuge e fino alla veglia mortuaria per cui anch’esso ha caratteri di rappresentatività. La stanza matrimoniale, tanto nelle casette popolari quanto nelle magioni aristocratiche, è dotata di componenti di arredo di pregio tra cui vanno ricomprese le coperte finemente tessute, pezzi di valore che entrano nell’asse ereditario.

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Per quanto riguarda le qualità spaziali è da dire che nelle architetture residenziali di livello non c’è attenzione alla privacy: in assenza di corridoio ogni vano è di passaggio, qualcuno arriva ad avere ben 6 porte (succede nella casa palazziata in esame). È impossibile non essere in contatto con gli altri membri della famiglia costantemente, condivisione delle superfici che si verifica pure nelle abitazioni umili dove si vive tutti nello stesso ambiente in quanto il solo che c’è. È all’unisono un fattore di disagio per la convivenza forzata e un elemento di rafforzamento dei legami famigliari. Il silenzio si è ormai impossessato di queste dimore prendendo il posto del vociare continuo dei suoi abitanti, componenti di famiglie numerose. Lo svuotamento non ha prodotto un’atmosfera di quiete bensì di desolazione.

Francesco Manfredi-Selvaggi
 

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